Gli asparagi e l’immortalità dell’anima

Manet_Mazzo_di_asparagi

Édouard Manet – Mazzo di asparagi – 1880

“…dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima”. A questa drammatica conclusione giungeva l’ormai famoso e autorevole studio di Achille Campanile, dopo aver esaminato la questione da più angolazioni, fisica, metafisica, spirituale ed empirica. Eppure un punto di contatto l’aveva trovato, ragionando sull’assenza e sulla “rimanenza”. Mi rendo conto che sono concetti filosoficamente un po’ complessi ma proverò a spiegarli in due parole. Partendo dal presupposto che l’anima sia immortale (per me lo è, ma qualche spirito libero potrebbe dissentire) resta molto di noi, resta la parte migliore (se l’anima non fosse immortale, non resterebbe niente). Anche degli asparagi lasciamo molto, ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi resta la peggiore, il gambo. E sulla differenza di qualità della “rimanenza” Campanile rafforza la sua convinzione, considerando che il discorso fatto per gli asparagi può valere anche per i carciofi, per esempio. Forse, più semplicemente e più prosaicamente, non gli piacevano gli asparagi.

Discorso chiuso dunque? Per me, no. Bisogna cambiare prospettiva, inquadrare il discorso da un punto di vista teleologico. Noi siamo spinti all’immortalità dell’anima come fine ultimo della nostra vita attraverso una serie di azioni e sensazioni. Cerchiamo ora e adesso di prefigurare quello che sarà e cerchiamo di ottenere e mantenere la parte migliore. Così il gusto delicato e intenso dell’Asparagus officinalis (dal persiano “germoglio”) ci aiuta strumentalmente, come tutte le cose buone in cucina e le cose belle del mondo, in questa tensione spirituale e questo non lo avrebbe potuto negare neanche il grande Achille Campanile. Il bianco, il verde, il violetto, il rosa di Mezzago, tutte le varietà di asparago insomma, consumate con un filo d’olio o amalgamate in cremosi risotti, sono partecipi di questa nostra ricerca spirituale.
Il fatto che, oltretutto, l’asparago si raccolga ora, in primavera, in concomitanza con la Pasqua, ne sottolinea ancora di più il suo lato trascendentale. O no?

L’asparago è stato coltivato e utilizzato nel Mediterraneo dagli egizi e in Asia Minore già 2000 anni fa, così come in Spagna. Apicio nel I secolo aveva descritto modi di coltivazione ma soprattutto di preparazione dell’ortaggio che gli imperatori romani adoravano tanto da costruire apposite navi per andarli a raccogliere.
Dal XV secolo è iniziata la coltivazione in Francia, per poi, nel XVI secolo giungere all’apice della popolarità anche in Inghilterra; solo successivamente fu introdotto in Nord America.
La coltura degli asparagi è poliennale e passa attraverso diverse fasi; la prima, biennale, è quella dell’allevamento, fase caratterizzata da un notevole sviluppo vegetativo. Le fasi successive sono tre: produttività crescente (il terzo e il quarto anno), produttività stabile (dal quinto al dodicesimo anno) e produttività decrescente (dal dodicesimo al ventesimo anno circa).
In primavera, quando la temperatura del suolo a livello del rizoma raggiunge i 10 – 12°C la pianta inizia a emettere i turioni, germogli carnosi di colore bianco o verde violaceo. I turioni si raccolgono quando sporgono 8 – 10 cm dal terreno, senza strappare, con un apposito coltellino. La raccolta si protrae per 2-3 mesi, a volte fino a giugno.

Share

I commenti sono chiusi