L’arte di viaggiare secondo Hermann Hesse

Hermann_HesseViaggiare, oggi, è un’attività accessibile a tutti, o quasi. È una grande conquista dei nostri tempi, ma dai più sprecata, vanificata, consumata come un rito collettivo privo di significato. Essere un viaggiatore, infatti, è ben altra cosa. Intendo dire un viaggiatore consapevole. Perché se acquistare un biglietto aereo e andare dall’altra parte del mondo, soldi permettendo, non richiede grandi capacità, capire, invece, cosa si stia facendo dall’altra parte del mondo, beh, non è proprio da tutti. Libri e blog di consigli sull’argomento non mancano, ma per un viaggiatore intelligente ce ne sono almeno sei o sette che, forse, farebbero meglio a restare a casa.

Basta guardarsi intorno e anche nella cerchia delle nostre conoscenze spunterà fuori qualcuno che, ad esempio, in Giappone è riuscito ad ammutolire di sdegno e disgusto l’intera sala di un ristorante soffiandosi il naso pubblicamente. Sì, perché il turista di professione si distingue non tanto e non solo per la scarsa conoscenza della lingua – si può comunicare oltre le barriere linguistiche – ma soprattutto per la totale e deliberata ignoranza degli usi e dei costumi del paese che va a visitare.

Manca, insomma, nel viaggiare dei più una certa sensibilità culturale e il desiderio di arricchimento spirituale. E allora vale la pena leggere o rileggere sull’argomento l’articolo di Hermann Hess Sul viaggiare (lo troviamo nella raccolta L’arte dell’ozio):

“Chi intraprende un viaggio di piacere dovrebbe in verità sapere che cosa fa e perché lo fa. Il cittadino di oggi che si mette in viaggio non lo sa. Parte perché d’estate, in città, fa troppo caldo. Viaggia nella speranza di trovare, con il cambiamento d’aria, la vista di un altro ambiente e altra gente, un ristoro dalle fatiche del lavoro. Va in montagna perché è tormentato da un incomprensibile desiderio, da una oscura nostalgia di natura, terra e vegetazione; va a Roma perché è un obbligo culturale. Principalmente, però, va in giro perché così fanno tutti i suoi cugini e vicini di casa, perché in seguito se ne può parlare e si può fare i gradassi, perché è di moda e perché dopo, a casa propria, ci si sente di nuovo così meravigliosamente bene. […]  Viaggiare dovrebbe sempre significare provare delle esperienze, ed è possibile fare esperienze preziose solo in ambienti cui si è spiritualmente legati.”

Molti, però, non sono in grado di stabilire rapporti così profondi con un luogo, lamenta Hesse:

“Per loro, non c’è territorio, costa, isola, monte o antica città da cui siano attirati con la forza di un presentimento, la cui vista realizzi i loro più ardenti desideri e la cui conoscenza equivalga all’accumulo di un tesoro. Tuttavia potrebbero almeno viaggiare in modo più felice e piacevole, se proprio si deve viaggiare. Prima della partenza dovrebbero, magari anche solo sulla carta geografica, informarsi almeno di sfuggita delle principali caratteristiche del paese e del luogo in cui stanno per recarsi, della differenza come posizione, conformazione del territorio, clima e popolazione rispetto alla patria e all’ambiente familiare di colui che viaggia. Durante il soggiorno nel paese straniero poi dovrebbero cercare di calarsi in ciò che è caratteristico della regione. Dovrebbero ammirare monti, cascate e città non solo di sfuggita e come attrazioni, bensì imparare a riconoscerli come necessari e consoni ai relativi luoghi e, di conseguenza, belli. Chi è dotato di buona volontà scopre facilmente da sé i semplici segreti dell’arte del viaggiare. […] Non andrà in terre straniere senza sapere neanche una parola delle rispettive lingue. Non misurerà paesaggi, esseri umani, usanze, cucina e vini esteri secondo i criteri della propria patria […]. E in particolar modo cercherà ovunque di avvicinarsi alla gente del posto e di comprenderla. Non circolerà quindi in comitive di turisti e non alloggerà in hotel internazionali, bensì in locande con osti e personale indigeni, o ancor meglio in case di privati dalla cui vita domestica ricaverà un’immagine della vita del popolo.”

Un articolo oltremodo attuale. Scritto nel 1904.

 

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