National Gallery, il film

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Quando vado a Londra non posso fare a meno di fermarmi alla National Gallery. È un rito irrinunciabile perché ogni volta è una scoperta e al tempo stesso una conferma: un immenso e variegato patrimonio artistico offerto e tutelato da una solida e rassicurante istituzione.

Questo mondo è magistralmente raccontato da Frederick Wiseman nel film documentario National Gallery, proiettato per un solo giorno, l’11 marzo, in tutta Italia. Il film dura tre ore ma, a parte alcune trascurabili ridondanze, riesce a rapirti regalandoti un’immersione totale ed emozionante nella vita del museo.

Non c’è una voce narrante fuori campo, perché è il museo che parla attraverso i suoi protagonisti. Tutti. Lo staff dirigenziale, le guide, i curatori, gli operai, i visitatori, i dipinti, i restauratori, gli allestitori. È un racconto corale che descrive la Gallery come un organismo vivente in grado, non solo di contenere opere d’arte, ma di celebrare l’arte rendendola accessibile a milioni di persone. Il film è un viaggio nella vita quotidiana e sfaccettata del museo: i corsi di disegno; i dipinti raccontati in modo avvincente dalle guide; il lavoro paziente e certosino, ma sempre reversibile, dei restauratori; le riunioni amministrative su budget e attività promozionali; l’allestimento della mostra su Leonardo da Vinci; le iniziative didattiche per i più piccoli; i visitatori attenti e quelli che si appisolano sui divani; i concerti di musica classica. Ogni elemento concorre alla narrazione di una realtà che vede nella cultura una fonte di ricchezza spirituale ed economica. Attraverso un’organizzazione ben oliata ed efficiente, grazie a una gestione manageriale seria, il museo sa rivolgersi ai diversi tipi di pubblico offrendo un’ampia scelta culturale e curando in modo attento la propria immagine, come solo un’istituzione rispettabile e autorevole può fare.

523px-Samson_and_Delilah_by_RubensIl film sa offrire momenti di alta intensità. In una visita guidata privata, l’analisi di Sansone e Dalila di Rubens, realizzato per decorare il salone della residenza privata del committente Nicollas Rockox , si sofferma sullo studio accurato della luce, da parte dell’artista, nel punto di destinazione del dipinto, sopra la mensola del grande camino a diversi metri di altezza, e diventa occasione per riflettere su quanto nella nostra età contemporanea siamo così abituati all’elettricità da non saper più leggere con dimestichezza la luce naturale. Nella descrizione di Cristo in casa di Marta e Maria di Velázquez, con le sue controverse interpretazioni, il discorso indugia, invece, sulla contrapposizione tra gli affanni mondani dei quali siamo schiavi e la necessità di nutrire la nostra spiritualità. Le suggestioni, insomma, non mancano. E il viaggio si conclude, in modo commovente, con due ballerini classici che danzano tra i dipinti di Tiziano, a sottolineare la fusione delle varie forme d’arte di cui possiamo godere.

Addentrarsi nel corposo lavoro di National Gallery suscita sentimenti di ammirazione nei confronti di un’istituzione – sì, insisto su questo termine – in grado di preservare e valorizzare opere uniche al mondo e di offrirle al pubblico. Per chi è italiano, all’ammirazione si affianca, però, il rammarico e un senso di sconfitta per il modo in cui il nostro patrimonio artistico è abbandonato a se stesso. Nell’assenza delle istituzioni.

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