Ninì, mio padre

paponePosso cominciare dalla fine, da quando ho lasciato scivolare nella sua bara una mia poesia che parlava di noi, o dall’inizio, dal mio primo ricordo, quando mi teneva tra le braccia per farmi dormire e mi cantava “La spagnola sa amar così”. Non c’è differenza per me. Quelle braccia forti mi hanno accolto e accompagnato fino alla sua fine. Eppure quelle braccia e quel sorriso sono ancora il faro delle mie giornate, esistono, contano.
Mi ha insegnato a scrivere le “i” e le tabelline… e non ero una studentessa modello, allora. Mi ha permesso di disegnare sui muri di casa, ma non di urlare per le scale del palazzo, mi ha insegnato a ridere di cuore, ma a non farlo sguaiatamente e a spese degli altri. Mi ha fatto saltare nelle pozzanghere, mi ha fatto giocare con gli animali, regalato libri e gioielli, musica lirica e cinema, città e strade. Mi ha lasciato libera di interpretare la società e la politica diversamente da lui, mi ha insegnato che la gioia è un diritto, che va difeso con grazia e fermezza, e che senza otium nessuna gioia e nessuna grazia sono possibili. Che chi vive per il lavoro, chi vive per l’affermazione sociale, rincorrendo potere e danaro non vive in grazia e bellezza. Che è necessario donarsi il lusso del tempo, del gioco, degli affetti familiari e dell’amore.
Mi ha mostrato e raccontato il mare.
Nel mare mi ha battezzata, lavata, nutrita, cresciuta. A mare abbiamo vissuto molto della nostra vita. Le nostre narici, i polmoni, le orecchie, i capelli e la pelle erano fatti per stare là. E così anche quando dal mare eravamo lontani, non ci importava, perché sapevamo che lì saremo tornati presto e insieme. Avevamo gli occhi pieni di sole, fatti per guardare le onde e orizzonti curvi e senza fine.
Era grande e forte, incuteva timore ad alcuni, ed anche io ho avuto paura di lui, certe volte, fin quando non ho preso a proteggerlo. Un vizio di famiglia questo, da noi, nella nostra famiglia, e non chiedetemi perché, i maschi vanno protetti preservati da inutili preoccupazioni. Retaggi matriarcali? Dinamiche delle famiglie del sud? Non lo so.
Tutto mi ricordo. Le risate contagiose, le malinconie lunghe e misteriose, le urla poderose e la fame di vita. L’amore costante e impenetrabile per sua moglie, mia madre, e per noi figlie. Pigrizie e fragilità, ma più di tutto la curiosità, la meraviglia quotidiana per il creato, per le cose del mondo, tutte.
Anche se non avessi una fede, e infatti non sono sicura di averla, tutto quello che Ninì mi ha insegnato basta e avanza. Basta e avanza.

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