Pensieri a pedali, fra tecnologia e umana erranza

Foto di Enrico Caracciolo ©Tutti i diritti riservati

Osservare il mondo da una bicicletta è il motivo ispiratore di chi viaggia a pedali: salite e discese, pioggia e sole, vento amico o nemico, paesaggi e strade in movimento.
Osservare il mondo attraverso la bicicletta è altra cosa. Invece di muovere le gambe si pedala con la mente e si scoprono paesaggi teorici in grado di raccontare un viaggio nel labirinto delle idee, talvolta scaturite da menti illustri.
Il mio viaggio nelle parole a pedali è iniziato da un’affermazione che ho presente 365 giorni all’anno: “Ogni volta che vedo un adulto in bicicletta, penso che per la razza umana ci sia ancora speranza”. Lo diceva Herbert George Wells, scrittore britannico vissuto nella prima metà del ‘900. Nello stesso periodo, forse qualche anno prima, Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale nel volume ottantaseiesimo della Nuova Antologia scriveva che “La bicicletta è il veicolo più rapido nella via alla delinquenza perché la passione del pedale trascina al furto, alla truffa, alla grassazione”.
Dunque idee completamente diverse: una ottimistica, l’altra scientificamente pessimistica.
C’è poi chi ha visto nel mezzo a pedali la metafora della vita. Secondo Charles M. Shulz “La vita è come una bicicletta con dieci velocità. La maggior parte di noi ha marce che non userà mai”: come dire che le strade della vita sono una grande opportunità ma non sappiamo pedalare o ignoriamo le nostre potenzialità. Nel segno del movimento invece l’idea di Albert Einstein che amava dire: “La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”. Invece per Steve Jobs, fondatore di Apple, “un computer è come una bicicletta per le nostre menti”.
Questi sono solo alcuni punti di vista che implicano la relazione tra uomo e bicicletta, sono solo alcuni pensieri che accompagnano le mie pedalate.

Foto di Enrico Caracciolo ©Tutti i diritti riservati

Il punto di vista sulla realtà sta cambiando angolazione. La tecnologia si sta evolvendo in tempi rapidissimi. L’occhio tecnologico è capace di riprodurre eventi reali che l’occhio umano non coglie. Un evento sportivo vissuto davanti a un grande schermo in alta definizione regala un equilibrio e una definizione dell’immagine impensabile per chi assiste in diretta all’evento. Occhi nati col televisore in bianco e nero avvertono nettamente quest’evoluzione, mentre occhi nati in epoca di tablet, forse neanche se ne accorgono. Ma stiamo parlando di immagini, di una dimensione dove è la passività dello spettatore a vincere. Quando gli strumenti tecnologici erano di scarso livello l’interesse a vivere gli eventi nella realtà era molto più alto. E la realtà riviveva attraverso i racconti e le emozioni. Oggi schermi grandi e piatti hanno il potere di annichilire in poltrona chiunque. Immagini sempre più spettacolari e divani sempre più affollati dunque. Il grande cambiamento è facilmente constatabile nel modo di giocare dei bambini. Fino a qualche anno fa, giocare significava strappare pantaloni, “sbucciarsi” le ginocchia, infangarsi, toccarsi. Oggi a stracciarsi sono solo i neuroni. Le mani non provano più a costruire aquiloni. C’è chi dice che i giochi di oggi stimolano di più la fantasia. Forse no. Quando a sette anni salivo sulla mia bicicletta pedalavo per ore cavalcando sogni e “vivendo” viaggi incredibili e la mia fantasia per volare non aveva bisogno di un videogame più bello della realtà. Bello divorare una fetta di pane con pomodoro, olio e sale e attaccarsi a una fontana per reintegrare liquidi e sali!

Foto di Enrico Caracciolo ©Tutti i diritti riservati

Ma la storia è nota. Dove va il gregge c’è sempre qualcuno che si muove in direzione ostinata e contraria usando semplicemente il proprio cervello. Emilio Rigatti, ad esempio. È un insegnante d’italiano, scrittore, nato nel 1954 a Gorizia. Nella sua biografia si legge: “Usa la bici al posto della macchina e Leopardi al posto del televisore. Non è transgenico ed è biodegradabile”. E il bello è che spesso sostituisce anche la cattedra con la bici e fa lezioni di storia, geografia, italiano pedalando, tra tante avventura e piccole disavventure. In buona sostanza insegna “dentro” la realtà. Tutta la sua filosofia è nella sua opera “Se la scuola avesse le ruote – Le avventure di una classe in bicicletta e manuale di pedagogia”. Studenti, insegnanti, genitori, dovrebbero leggere questo libro. Scoprirebbero che le rivoluzioni partono dal basso e che se la scuola avesse le ruote forse il mondo sarebbe migliore.
“La condizione umana è legata all’erranza. Chiunque… prima o poi desidera partire. La libertà di movimento è un bisogno profondo di tutti gli individui”. Ecco cosa pensa Jacques Attali, studioso, saggista e romanziere francese, ex presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Se “l’erranza è una caratteristica della condizione umana” non è così difficile sentirsi nomadi, anche se per una breve frazione di tempo. Attali afferma che il nomadismo rimane uno dei motori trainanti del progresso quando ricorda che “la maggior parte delle grandi innovazioni sono nate dal nomadismo: il fuoco, la ruota, i vestiti, le armi, l’arte, la musica, la scrittura e perfino l’agricoltura sono invenzioni dei popoli nomadi. L’innovazione è movimento, quindi naturalmente legata al nomadismo”. L’idea di nomadismo è legata ai popoli che si spostano in massa che necessariamente possiedono meno oggetti materiali di chi vive in modo stanziale; non altrettanto si può dire per il bagaglio di conoscenze che non necessita grandi contenitori.
Oggi il fenomeno del nomadismo può appartenere anche ai singoli individui. Internet non ha staccato le parole dalla carta, non ha cancellato il fascino di sfogliare un libro, come paventavano in molti. Piuttosto “fino a qualche tempo fa una persona senza un indirizzo fisico era considerato un clochard. Non aveva esistenza giuridica e finiva ai margini del mondo del lavoro. Oggi con la posta elettronica e i cellulari la situazione è cambiata: è possibile essere attivamente integrati nella società senza possedere una fissa dimora. Non è ancora vero sul piano giuridico, ma sul piano pratico è già così… E anche la nostra identità è sempre più svincolata dalla definizione territoriale. Essa è piuttosto legata alla memoria, alla cultura, alle lingue”.
Le prime pedalate del mio ultimo viaggio in bici mi regalavano l’illusione di un breve, temporaneo nomadismo. Partire per qualche giorno affidandosi alla proprie gambe e a una bicicletta alleggerisce la gravità dell’esistenza, ti sintonizza col movimento. È una breve illusione ma anche un momento di consapevolezza sull’ipertrofia della nostra società dove si inventa di tutto per muoversi di meno, dalla ginnastica passiva, agli elettrostimolatori. Oppure muoversi stando fermi come correre sul tapis roulant o pedalare sulla cyclette che, per dirla alla Didier Tronchet, “è come fare surf in una Jacuzzi”.

Share

I commenti sono chiusi