Quiet

quiet-final-jacketOffre molti spunti di riflessione il libro di Susan Cain, Quiet: The power of introverts in a world that can’t stop talking. Il volume, pubblicato nel 2012, è il frutto del lavoro di sette anni di studi e ricerche, ma ha le sue radici nelle prime esperienze infantili di socializzazione forzata, secondo il “modello estroverso”, vissute dall’autrice e raccontate in questo simpatico Ted Talk.

Con un notevole lavoro di sintesi e comparazione di studi scientifici Cain approfondisce da un punto di vista neurobiologico, psicologico e sociale lo spettro introversione-estroversione nel quale ciascuno di noi si colloca in un modo che non ha, sia chiaro, natura dicotomica ma può variare col tempo o a seconda delle circostanze. In particolare, dagli studi ultraventennali dello psicologo Jerome Kagan sulla reattività individuale agli stimoli esterni emerge che questa è molto bassa negli estroversi e molto alta, invece, negli introversi. Significa che gli estroversi, per stare bene, hanno bisogno di stimoli molto forti: molto rumore, molta attività, molto dinamismo, molta velocità, molta compagnia. Gli introversi, invece, trovano il loro equilibrio nella tranquillità, nelle amicizie ristrette, nelle attività solitarie: ciò non ne fa degli asociali, come spesso si pensa, ma semplicemente delle persone ipersensibili alle condizioni ambientali troppo stimolanti. Inoltre, gli estroversi amano parlare molto e in modalità aneddotica, possibilmente davanti a un pubblico, gli introversi preferiscono conversazioni più approfondite e intime.

L’analisi di Cain riguarda soprattutto la società statunitense, una delle più estroverse, conformatasi agli inizi del Novecento al modello culturale del “man of action”, del venditore di successo che usa la parola e la loquacità, spesso vacua, come un’arma di conquista e di affermazione sociale ed economica. Un modello contrapposto al “man of contemplation”, più riflessivo, cerebrale, incline all’approfondimento e avverso alla superficialità. Si tratta, beninteso, di categorie suscettibili di generalizzazione, ma non per questo prive di veridicità.

Obiettivo dell’autrice è mettere in luce il contributo sociale che gli introversi, circa il 30-50% della popolazione, forniscono in termini di crescita e progresso, proponendo un modello che sappia integrare le qualità di entrambi i tipi di personalità.

Un paio di aspetti, in particolare, risultano interessanti.

Il primo: la creatività va spesso a braccetto con l’introversione e lungo è l’elenco di personalità introverse che hanno dato lustro alle arti e alle scienze. Einstein, ad esempio, sosteneva di non poter lavorare in gruppo e la Apple non sarebbe mai nata senza l’attività solitaria di Steve Wozniak. A proposito di creatività, Cain smaschera alcuni dei falsi miti tanto in voga. Uno per tutti: il brainstorming. In ogni azienda che si rispetti questo è un must. Inutile, quanto deleterio. Nato con buone intenzioni, e con precise regole che assicurino la libera espressione delle idee senza giudizi negativi inibitori, si rivela solo un momento dispersivo, confusionario e inconcludente. Provare per credere. Le soluzioni e le idee brillanti vengono mentre siamo soli o facciamo altro: sotto la doccia o mentre cuciniamo o addirittura in sogno. Altra questione messa in discussione è l’organizzazione degli spazi nei luoghi di lavoro: gli open space creati per facilitare lo scambio di idee diventano luoghi caotici che non favoriscono la concentrazione.

Il secondo è più delicato, perché investe questioni etiche. In una società nella quale prevale un modello culturale esasperatamente estroverso, narcisismo e bisogno di adulazione sono elementi che accompagnano e caratterizzano la leadership in ambito politico ed economico, con risultati spesso infelici. Non solo. Alcuni studi associano forme estreme di estroversione con livelli alti di dopamina, il neurotrasmettitore della gratificazione, quindi con una minore capacità di riconoscere i propri limiti e una maggiore inclinazione ad assumere rischi eccessivi e a cadere nella dipendenza da droghe o gioco d’azzardo. Quando Cain sostiene che tra le cause della crisi finanziaria del 2008 vi è la predominanza di personalità altamente estroverse – propense a lanciarsi in operazioni azzardate – nei punti chiave di banche, società finanziarie e studi legali di Wall Street, l’affermazione non appare bizzarra. Privilegiare queste figure a scapito di personalità prudenti può rivelarsi un danno per la collettività. Cain, del resto, conosce molto bene questi ambienti per essere stata un avvocato proprio in uno studio di Wall Street.

Quiet ha riscosso molto interesse negli Stati Uniti, inaugurando un dibattito sui sistemi educativi scolastici, aderenti al modello estroverso e gregario, perché adottino un sistema di socializzazione più rispettoso dei bambini introversi, riconoscendo le loro esigenze e le loro modalità di espressione. Persino il Time ha dedicato, nel 2012, una storia di copertina al potere degli introversi (peccato per il titolo che usa erroneamente il termine timidezza come sinonimo di introversione).1101120206_600

Si tratta di questioni sulle quali vale la pena riflettere, visto che i valori aggressivi da piazzista, stigmatizzati dall’autrice nell’ironica descrizione di una kermesse del guru dell’autoaffermazione Tony Robbins, sono radicati, ormai, in molti paesi, Italia inclusa.

Del resto, in discussione non è certo l’importanza della socializzazione o della condivisione di idee, ma le modalità con le quali queste avvengono. Perché la conversazione assuma significato e valore non deve trasformarsi in rumore.

Diamo nuovamente spazio, insomma, alla riflessione, alla lentezza, all’approfondimento e alla creatività solitaria che può essere condivisa anche più facilmente, come ricorda l’autrice, grazie a internet, senza sottoporci a stressanti o controproducenti riti gregari. Senza dimenticare, però, che alcune attività sono indiscutibilmente sociali e, per quanto belle in sé, assumono un valore più intenso se vissute in compagnia. Come dimostra il recentissimo studio svedese Experiment Ensam sugli effetti stranianti che un’esperienza tipicamente sociale può suscitare se vissuta in solitudine. Cosa si prova ad assistere da soli a un concerto di Bob Dylan?

Share

I commenti sono chiusi