Swing, swing, swing

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photo by Phil Stern

John andava al Savoy, su a Harlem, a vedere ballare i negri. Facevano cose straordinarie, saltavano, si contorcevano, volavano quasi. Diavoli, sembravano. Era il lindy hop, ballo evolutosi dal charleston, chiamato così in onore dell’eroe nazionale Charles Lindbergh e del suo “salto” (hop) al di là dell’Atlantico.
John prendeva il treno A da Brooklyn e andava a sentire quella musica indemoniata. Faticava, lui che veniva dai ritmi pari della musica bianca di tradizione europea, a stare dietro a quei tempi in levare, a tutto quel sincopato. Ma gli piaceva, tanto gli piaceva, sentire quei musicisti che davano l’anima per ore, una musica sangue e sudore.

Era uno sfizio che si poteva togliere con quel che guadagnava comprando e rivendendo azioni in borsa. La sua middle class prosperava, così sembrava, e tutto filava liscio. Certo non erano i Country Club della plutocrazia americana, ma si accontentava. Poi, quel maledetto ottobre del ’29, perse tutto. Con lui anche tutti, o quasi, gli altri. Le sale da ballo si svuotarono perché non c’erano più i soldi per pagare le orchestre, gli stessi musicisti faticavano a sopravvivere e si organizzarono in cooperative che si dividevano l’eventuale ingaggio di serata. Il povero John cercò vari modi di arrangiare la giornata, finendo per diventare il ragioniere di un piccolo boss che contrabbandava alcolici. Così conobbe un ragazzo che per arrotondare scaricava casse di white dog al Cotton Club. Entrò una sera dalla porta di servizio e si confuse tra la folla di smoking e paillettes. C’era un signore elegante al pianoforte che dirigeva un’orchestra. Sembrava la stessa musica del Savoy ma non lo era. Certo Duke Elington (perché era lui il signore elegante al piano) era costretto a scrivere la jungle music per il divertimento dei bianchi, ma il suo genio riusciva a nobilitare anche quella. La musica si era raffinata, levigata, mantenendo però il contatto con le origini. Quel dondolio dell’interpretazione che accentuava i tempi deboli della battuta e che dilatava appena la durata di alcune note a scapito di altre era arte. Musica popolare resa arte. E quella sera una ragazza che aveva già visto all’Apollo Theatre nell’orchestra di quel batterista storpio, tale Ella Fitzgerald, cantò “It don’t mean a thing if it ain’t got that swing”. Era il 1931 e Duke Ellington definì con quel brano la musica popolare dei decenni successivi.

Nel 1933 John decise di votare democratico perché gli avevano riempito la testa con questa storia del New Deal e tanto, peggio di così non poteva andare. Divenne produttore musicale, ripescò vecchie glorie come Bessie Smith e Coleman Hawkins e scoprì nuovi talenti come Charlie Christian e Lionel Hampton. Fu così che lo swing salvò lui e un’intera nazione dalla depressione.

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