The Art of Stillness

the art of stillnessPico Iyer, giornalista e scrittore, gira il mondo dall’età di nove anni. Inglese di nascita e indiano d’origine, è cresciuto negli Stati Uniti, ma ha fatto del Giappone la propria casa.

Nel suo ultimo libro, The Art of Stillness: Adventures in Going Nowhere, riflette sulla necessità di rallentare e di assaporare la quiete del non fare nulla.

A pochi giorni dall’uscita il libro è balzato ai primi posti in classifica per numero di vendite su Amazon, all’interno della categoria “Meditazione”. Ma il brevissimo libro non è un manuale, né di meditazione né di self help. L’autore, d’altronde, assiduo viaggiatore e grande accumulatore di miglia aeree, ha fatto del movimento la passione della propria vita e dichiara esplicitamente di non essere interessato a pratiche meditative o di yoga.

Per questo, forse, assume particolare significato la sua esortazione a scoprire l’arte del fermarsi e isolarsi temporaneamente per ritrovare se stessi. Un esercizio che Iyer pratica da quando, a ventinove anni, lasciato un lavoro prestigioso al Time, un appartamento a Park Avenue e uno stile di vita eccitante e movimentato, sì trasferì per un anno in un monolocale a Kyoto. A spingerlo verso un mutamento così drastico il desiderio di bilanciare i piaceri di una vita stimolante ed iperattiva con la semplicità di un ambiente tranquillo nel quale proprio quei piaceri potessero assumere un significato meno effimero. Ripresa l’intensa attività di scrittore di viaggi, l’esperienza di Kyoto gli aveva dato un assaggio della quiete necessaria per apprezzare in modo più consapevole la bellezza del suo girovagare per il mondo. Da allora agli spostamenti “orizzontali” ha alternato viaggi nella profondità di se stesso, in brevi ma ripetuti ritiri nel silenzio di conventi, con l’effetto benefico di ricaricarsi e riconciliarsi con il mondo. Una pratica rivelatasi così efficace da spingerlo a compiere un passo ancora più deciso trasferendosi in Giappone, dove uno stile di vita rilassato gli permette di continuare il suo lavoro.

Nel suo viaggio in nessun luogo Iyer incontra compagni d’eccezione, per i quali la scelta di allontanarsi dalla confusione è un modo per apprezzare con maggiore consapevolezza quanto la vita ha da offrire. Leonard Coen, ad esempio, nella lunga frequentazione del monastero zen di Mount Baldy ha trovato un equilibrio e quella felicità che fama ed eccessi non erano riusciti a procurargli. Il francese Mathieu Ricard, biologo molecolare e rampollo di una famiglia ben inserita nell’élite intellettuale del paese, ha abbandonato a ventisei anni una promettente carriera scientifica e una vita agiata per trasferirsi in Nepal e diventare monaco buddista: per Ricard pretendere di trovare la felicità nel caos mondano è illusorio.

Il merito di Iyer sta nel ricordarci che mai come ora questa antica, ma negletta, arte dello stare fermi coltivando l’introspezione, è necessaria. Sedotti dal movimento e dalla velocità, abbiamo la sensazione che il nostro tempo non sia mai sufficiente. La tecnologia che dovrebbe semplificare la nostra comunicazione ci fa sentire obbligati ad una costante reperibilità. Sottoposti a continui stimoli e distrazioni dobbiamo elaborare una mole imponente di informazioni. Non stupisce che lo stress e i disturbi ad esso associati siano considerati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità la malattia epidemica del ventunesimo secolo.

E non è un caso che proprio le organizzazioni che più hanno contribuito, con le loro innovazioni, ad accelerare i nostri ritmi di vita abbiano capito quanto sia necessario rallentare. In un terzo delle aziende statunitensi, prime fra tutte quelle della Silicon Valley, sono in corso programmi di riduzione dello stress, con un risparmio economico che pare raggiunga la strabiliante cifra di 300 miliardi di dollari all’anno. In tale contesto Iyer ci ricorda che ciò di cui abbiamo più bisogno è riscoprire i benefici della pausa sabbatica. Che sia un anno, un giorno a settimana, o qualche ora durante la giornata, l’importante è riuscire a godere consapevolmente del bene più prezioso e più dissipato in assoluto: il tempo. Tempo da vivere anche non facendo nulla.

Il libro è edito da Ted e nasce nell’ambito delle sue conferenze, con un’apparente contraddizione: chi ha avuto l’opportunità di partecipare ad una delle sue manifestazioni sa bene come questa organizzazione sia una tra le più iperattive, eccitanti, movimentate e frenetiche che possiamo immaginare. Eppure in un ambiente simile gli appelli alla lentezza e a una visione diversa del lavoro si stanno moltiplicando. Probabilmente nessun paese più degli Stati Uniti, dove la velocità è lo stile da adottare in ogni ambito, ha urgenza di rallentare e proporre un nuovo modello di vita più sostenibile. Una sfida che dovrebbe coinvolgere le organizzazioni lavorative, politiche ed educative ma anche le famiglie, rimuovendo il pregiudizio ideologico che accompagna la lentezza, intesa come sinonimo di inefficienza e di incapacità. Una sfida culturale, insomma.

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