Un tè con Shakespeare “l’afghano”

photo by presstvchannel in http://afghanistaninphotos.tumblr.com/

photo by presstvchannel in http://afghanistaninphotos.tumblr.com/

Prendi un’attrice di teatro parigina molto quotata, un giornalista inglese con un passato di commediografo, un entusiasta direttore di una fondazione culturale finanziata a livello internazionale. Metti la convinzione comune a tutti e tre che la cultura sia un elemento indispensabile per il progresso della società e che “la vita culturale di una nazione si costruisc(a) con il tempo grazie al moltiplicarsi di eventi artistici”. Nasce così, nella primavera del 2005, l’idea di un progetto folle, ambizioso e generoso: mettere in scena una commedia teatrale in un paese decimato dalla guerra, l’Afghanistan.

Nonostante le difficoltà il momento appare propizio: i talebani sembrano sconfitti, pochi mesi prima le elezioni presidenziali si sono svolte senza incidenti, nella capitale afghana si respira aria di speranza. La cronaca di questa avventura è narrata, in modo avvincente e coinvolgente, nel libro Shakespeare in Kabul, tradotto nell’edizione italiana col titolo, improprio, Leggere Shakespeare a Kabul. Scritto a quattro mani da Stephen Landrigan, il giornalista inglese, e da Qais Akbar Omar, l’interprete afghano testimone attivo del progetto, il libro ripercorre le vicissitudini legate alla ricerca dei fondi necessari, alla composizione del cast e, soprattutto, alle prove per la messa in scena. L’opera scelta è Pene d’amor perdute di Shakespeare, tradotta in dari. Elemento imprescindibile per Corinne Jaber, l’attrice impegnata nei panni di regista e insegnante, è far recitare, per la prima volta in Afghanistan, uomini e donne insieme.

La vicenda si svolge tra mille difficoltà materiali e ostacoli culturali. Gli attori non hanno 9788854152328_LeggereShakespeareAKabulesperienze teatrali, ma solo televisive e cinematografiche; la collaborazione tra uomini e donne deve superare barriere psicologiche e rigide tradizioni; la dialettica tra i protagonisti sfocia spesso nella litigiosità; il rapporto tra gli attori, soprattutto gli uomini, e la regista è un incontro/scontro complesso e a volte conflittuale: i modi autoritari di Corinne sono mal digeriti soprattutto perché appartengono a una donna. Ma non solo. Le incomprensioni sono legate alla differente visione della vita: difficile, infatti, conciliare, da un lato, le esigenze produttive e la concezione occidentale del lavoro fatta di scadenze, tabelle di marcia, ritmi frenetici, ansie da prestazione e, dall’altro, la flemma, la visione lenta del tempo, l’ossequio alle regole di convivialità con le interminabili pause per il tè, quella imperturbabilità orientale che, con antica saggezza, ridimensiona gli affanni mondani.

Le difficoltà, tuttavia, finiscono per essere poca cosa dinanzi alla forza taumaturgica di Shakespeare. Gli attori scoprono un autore a loro quasi sconosciuto, intuiscono la forza vitale e universale delle sue parole più che comprenderne il significato letterale e lo sentono incredibilmente vicino al popolo afghano, molto sensibile alla poesia e capace di ingaggiare maratone poetiche anche per giorni interi. Gli afghani appaiono, dunque, i degni eredi del commediografo inglese, in grado di apprezzarne a pieno e in modo naturale la poetica forse più di quanto sappiamo fare noi occidentali.

Oltre all’affinità spirituale, Shakespeare offre agli attori una promessa, una possibilità di riscatto in tanta desolazione:

“Dobbiamo credere che nostro dovere sia sostituire i fucili con le parole. Queste guerre nel nostro paese sono opera di persone dalla mentalità ristretta che preferiscono le armi ai discorsi. Dobbiamo avere fiducia nel fatto che la natura umana possa essere migliorata. I fucili uccidono. Le parole possono salvare.”

Pene d’amor perdute diventa metafora della contemporaneità:

“Questa commedia mostra chiaramente che porre limiti alle nostre vite è come costruire un muro gigantesco nel bel mezzo della strada che tutti imboccano per spostarsi, come hanno fatto i talebani. Prima o poi, però, quel muro sarà abbattuto. La gente riuscirà a superare gli ostacoli anche a costo della vita.”

E mai come durante la guerra per superare gli ostacoli è necessaria l’arte. Arte da respirare avidamente, arte da divorare per dare un senso dignitoso alla propria esistenza precaria. Arte come rifugio dalle bombe.

Share

I commenti sono chiusi